Marcello D'OLIVO
(architetto, urbanista e artista)
Marcello D'Olivo, uno dei più originali protagonisti dell'architettura organica in Italia,
Attivo sin dal 1947, D'Olivo si trasferisce Roma per finire, dagli anni ‘60,
a lavorare a una serie di grandi progetti in Africa e in Medio Oriente
(tra altri, ricordiamo la pianificazione di Libreville, capitale del Gabon,
il complesso museale di Dakar, nel Senegal e il Monumento al
Milite Ignoto a Baghdad In Irak)
che lo accompagneranno fino alla morte
avvenuta nel 1991.
[23feb2002]
La mostra offre una bella occasione per
ripensare al rapporto tra progetto e prassi costruttiva nonché al dialogo tra
centro e periferia nella cultura architettonica italiana. D'Olivo, personaggio
scontroso e "irregolare", opera infatti autonomamente da scuole e categorie
prestabilite, sperimentando declinazioni del linguaggio usoniano e
strutturalista in realizzazioni orientate alla scala territoriale e
caratterizzate da un'assoluta originalità costruttiva. I frammenti d'utopia
da lui lasciati nel paesaggio mostrano da un lato il fallimento della
fiducia modernista nella grande forma capace di risolvere tutto;
dall'altro, nella loro incompletezza, si avvicinano a contemporanee
sperimentazioni (come il Decostruttivismo e l'organicismo della Bit
Generation) verificandone nel costruito l'innovazione spaziale.
L'etichetta di "Organicismo" appare subito insufficiente a comprendere la
varietà della scena architettonica udinese dove si forma D'Olivo alla fine degli
anni ‘40. Sono qui presenti una serie di originali riletture dell'opera di
Wright che ne declinano diverse componenti linguistiche adattandole a materiali
e contesti locali. Il punto di partenza dei giovani udinesi non è tanto
l'ideologia Zeviana ma la lezione di Carlo Scarpa che, attivo a Venezia,
influenzerà più o meno direttamente il gruppo con la sua "eterodossia".
Parallele a quelle di D'Olivo sono le prime opere di Angelo Masieri (che
commissionerà al maestro americano il famoso memorial sul Canal Grande A
Venezia) ricche di frammentazioni neoplastiche, alcune prove giovanili di Gino
Valle che mescolano elementi vernacolari e brutalisti e le realizzazioni di
Federico Marconi (allievo di Aalto a Helsinki) capaci di dialogare con i luoghi
attraverso molteplici stratificazioni materiali. Al contrario dei suoi coetanei,
sensibili alle variazioni caso per caso delle diverse commissioni,
D'Olivo si distingue sin dall'inizio per una radicale volontà di omogeneità
linguistica rintracciabile a diverse scale e proiettata verso la grande
dimensione.
Il Villaggio del Fanciullo di Trieste del 1949, sorta di comunità religiosa
d'assistenza localizzata in mezzo alla natura del Carso, sperimenta ardite
soluzioni costruttive nelle strutture in cemento armato dei diversi padiglioni,
alternando pareti oblique, aggetti angolari e grandi superfici vetrate. Con il
piano regolatore della città balneare di Lignano Pineta del 1953 fa la comparsa
la figura della spirale, che accompagnerà ossessivamente D'Olivo in innumerevoli
progetti successivi.
Il tema della crescita progressiva e dell'armonizzazione con il paesaggio viene
risolta con il disegno di una grande forma territoriale curvilinea
ritenuta capace di assorbire le variazioni insediative e temporali in un gesto
unitario: a Lignano è il disegno delle strade della città giardino nella pineta;
in seguito, a Manacore in Puglia (dove D'Olivo costruirà un hotel e un villaggio
turistico) e a Libreville, si trasformerà in una grande megastruttura lineare
che contiene abitazioni, spazi pubblici e percorsi.
Le variazioni
all'interno di questi sistemi e le relazioni tra piccola e grande scala vengono
minuziosamente verificate da D'Olivo con un'ossessione progettuale che potremmo
definire frattale per come risolve tutto (e soprattutto la crescita
temporale) all'interno della forma architettonica. Questo è visibile in mostra
in una straordinaria serie di disegni e schizzi originali di grandi dimensioni
che passano dalla mappa geografica al dettaglio costruttivo senza soluzione di
continuità. D'Olivo mostra un'intuizione geometrico-strutturale per i sistemi
complessi assolutamente originale: nei suoi progetti le distinzioni tra
supporto, tamponamento, stanza, vano, spazio pubblico e insediamento
territoriale vengono annullate e parallelamente moltiplicate in infinite
variazioni. Strutture ad albero, planimetrie a spirale, sezioni con aggetti
degradanti, facciate "striate", involucri sempre aperti: le architetture di
D'Olivo alludono non solo a Wright ma anche al Le Corbusier del Plan Obus e
delle realizzazioni brutaliste degli anni ‘50, ai maestri sudamericani come
Niemeyer, Reidy e Villanueva Artigas, all'espressionismo di Scharoun e alle
grandi infrastrutture di ingegneri come Morandi.
Nel 1985, D'Olivo sintetizza le sue sperimentazioni nel progetto di Ecotown,
città immaginaria basata sulla struttura dell'albero, la cui crescita "naturale"
viene opposta a quella segregata della città capitalistica. L'annullamento delle
gerarchie tra diverse scale nonché tra rappresentazione e costruzione è
possibile nel progetto: le realizzazioni di D'Olivo si scontreranno invece con
la complessità del mondo reale e con l'intransigenza dei propri stessi assunti.
Incapace di concepire nulla al di fuori della forma architettonica e del potere
del progettista-demiurgo (al contrario di Paolo Soleri che renderà possibile la
costruzione della sua utopia con la partecipazione e l'autocostruzione), D'Olivo
riuscirà a fatica a realizzare solo alcuni frammenti dei suoi numerosi progetti.
Il piano di Lignano, ancor oggi riconoscibile nel disegno delle strade, viene
appropriato dalla speculazione edilizia e verrà stravolto nel rapporto tra
abitato e verde. Innumerevoli complessi come quelli del Villaggio del Fanciullo,
di Manacore e di Libreville verranno realizzati solo in parte, con tempi lunghi
e numerose revisioni. La forma architettonica non sempre sarà capace di
supportare condizioni ambientali confortevoli, come testimoniato da Gillo
Dorfles nel suo saggio in cui descrive con deliziosa ironia una "vacanza
sperimentale" nell'Hotel Gusmay a Manacore, dove sarà perseguitato dal caldo e
dalla mancanza d'aria all'interno del serpente di cemento di D'Olivo. Incapace
di relazionarsi a un contesto preesistente stratificato e a una realizzazione
dell'architettura che veda in gioco molteplici attori, D'Olivo troverà in Africa
e in Medio Oriente quella tabula rasa che andava cercando.
Non casualmente finirà a lavorare per dittatori e governanti autoritari come
Saddam Hussein e il presidente-poeta del Senegal Leopold-Sedar Senghor che gli
possono garantire un controllo totale sull'architettura. Il presunto linguaggio
democratico dell'ideologia organica si ribalta nella dittatura della forma
ed è ironico e insieme tragico riguardare le foto dei giovani africani nelle
capanne della foresta che D'Olivo pubblica nel suo "Discorso per un Altra
Architettura" del 1972 per presentare il contesto naturale di Libreville:
una perfetta testimonianza dell'equazione colonialismo-modernità.
Riviste a più di trent'anni di distanza, le contraddizioni di D'Olivo nulla
tolgono al valore della mostra, dei progetti e delle realizzazioni. Molti
aspetti che emergono dalla sua opera potrebbero essere ampliati per scrivere una
storia delle speranze dell'architettura italiana, non ultima quella della
redenzione dalle difficoltà politico-amministrative del nostro paese attraverso
un linguaggio architettonico innovativo. Il fatto che l'avanguardia si misura
prima o poi con la realtà emerge in tutta la sua tragicità da questa mostra. Se
la sconfitta del Moderno non è tema nuovo, attualissimo e ancora sorprendente è
invece il livello di approfondimento linguistico-costruttivo messo in atto da
D'Olivo: la sua stupefacente elaborazione progettuale, l'uso di rappresentazioni
processuali capaci di avere forza generativa (un po' come emerge dalle
recenti sperimentazioni sui linguaggi digitali), la capacità di guardare
contemporaneamente a diverse scale. Come è possibile che da una realtà
provinciale come quella friulana sia potuta emergere una così originale
rielaborazione di linguaggi e stimoli provenienti dalla cultura architettonica
internazionale? La domanda rimane aperta e tuttavia la distanza che emerge tra
la forza di D'Olivo e molte tiepide prove di giovani architetti italiani
contemporanei, la dice lunga sul livellamento operato dalle mode architettoniche
recenti e sulla mancanza di coraggio della committenza. Un dialogo critico
sull'avanguardia tra centro e periferia era presente nell'Italia del dopoguerra.
Dov'è oggi, tra tanti progetti che reiterano le medesime immagini senza
identità?
Pietro Valle